giovedì 17 luglio 2008
Quell'insopprimibile tentazione di rimanere cattolici - VII Parte.
Chiesa di St. Mary the Virgin, Times Square, New York.
Mentre durava la controversia per la «Posizione», un’altra ne scoppiò nel campo dottrinale, dovuta in massima parte alle idee dei ministri della Chiesa Larga. Stavolta il capro espiatorio fu il simbolo di S. Atanasio, che essi, in omaggio alla critica moderna, negavano appartenere al santo Patriarca alessandrino per attribuirlo ad oscuri compilatori del secolo VII. Il simbolo, come si sa, contiene dichiarazioni precise sulla Trinità e sull’Incarnazione contro le dottrine ereticali del secolo V e si conchiude con una serie di anatemi, secondo l’uso del tempo, composti con fraseologia tradizionale.
I cattolici sogliono recitare il simbolo ogni domenica a Prima: agli anglicani il «Prayer Book» fa invece obbligo di recitarlo 23 volte all’anno, durante l’ufficiatura del mattino.
I latitudinaristi desideravano l’abolizione del simbolo atanasiano, trovandolo troppo rigoroso e non più adatto ai tempi, dato che la sua pubblica recitazione, fatta in inglese, scandalizzava ed offendeva con affermazioni forse buone ed ammissibili al secolo V, ma, secondo essi, non adatte in pieno secolo XIX.
Infatti molte ufficiature parrocchiali lo avevano già soppresso alla chetichella e da lungo tempo, ma il movimento di Oxford, fin dai suoi inizî, aveva altamente reclamato contro tale negligenza, includendone nei suoi postulati il pronto ristabilimento: tuttavia le resistenze del clero e dei fedeli erano andate crescendo: gli uni rifiutando di sottoscrivere quello dei «39 Articoli» che esigeva la credenza nel simbolo atanasiano, gli altri chiudendo ostensibilmente i loro libri di officiatura durante la sua recita.
Nel frattempo, altre questioni dello stesso genere essendo sorte, era stata nominata una Commissione Reale di inchiesta sulle «rubriche», alla quale anche la questione atanasiana venne deferita; ma la Commissione, sotto l’influenza di Wilberforce, non volle entrare nel merito, limitandosi a dichiarare che gli anatemi contenuti nel simbolo non erano da prendersi alla lettera, ma piuttosto come una «solenne ammonizione contro coloro che rigettavano la fede cattolica». Ma l’arcivescovo Tait ed altri 17 dissidenti insistettero nel primo punto di vista, reclamando la totale abolizione del simbolo, ritenendolo incompatibile colla mentalità del secolo corrente: ciò diede inizio ad una curiosissima polemica; naturalmente la contesa dilagava più che mai nel campo della Chiesa Larga con Stanley alla testa; essi venivano accusati dagli uomini dell’Alta Chiesa e dalle frazioni ritualiste, capeggiate da Pusey, di eresia e di insegnare «essere indifferente di credere ad una cosa o all’altra».
La controversia durò tre anni: l’opinione pubblica fu abbastanza informata con numerosi «meetings», pubblicazioni e petizioni; il clero, come sempre diviso, battagliò nelle due Convocazioni dei vescovi e del clero inferiore: dai vescovi non veniva alcuna luce e nessuna risoluzione. Pusey e Lidchon continuavano a minacciare di ritirarsi dal ministero, qualora il simbolo venisse condannato: minaccia che, data la personalità dei due ecclesiastici, aveva sempre qualche efficacia specialmente sull’episcopato, timoroso dello scandalo che tale avvenimento susciterebbe. Finalmente, sotto la pressione dell’opinione pubblica, dei fedeli e di tanta parte del clero, stanchi della inutile logomachia, si addivenne ad una conclusione, come al solito mediana, in modo da accontentare o scontentare tutti quanti: d’ora in poi una nota esplicativa accompagnerebbe il simbolo e spiegherebbe certe sue frasi dottrinali. La redazione di tali spiegazioni fu quanto mai laboriosa, dovendosi trovare il modo di accontentare le esigenze le più disparate: Pusey era in grandi faccende e di nascosto se ne consigliava con lo stesso Newman, ma finalmente la elucidazione poté essere riassunta in una dichiarazione precisante che il simbolo non costituiva alcuna novità nei confronti delle credenze tradizionali, ma era piuttosto una esposizione drastica di verità necessarie a credersi dai fedeli, mentre i suoi anatemi non riguardavano gli individui in particolare, ma rispondevano a una fraseologia abitudinaria nelle sentenze conciliari e patristiche.
La vittoria dei ritualisti questa volta, sebbene incompleta, apparve a tutti evidente, denotando un mutamento assai generale dell’opinione pubblica in loro favore; malgrado tutto ciò la lotta contro il simbolo atanasiano seguitò ancora per molti anni, finché languì e cadde poi del tutto per mancanza di serie conclusioni.
Non era peranco terminata la questione del simbolo che tutte le frazioni antiritualiste partirono per un’altra offensiva ancora più tenace, questa volta contro il Sacramento della Penitenza, ben consce di toccare un punto scabroso ed irritante per la mentalità inglese.
Come si è già detto, fin dall’inizio del movimento i trattariani avevano introdotto la confessione, usandone però con sufficiente discrezione e prudenza; però quelle novità non erano sfuggite agli avversari e qua e là essi avevano provocato scandali e scenate, non disdegnando di valersi anche della calunnia, specialmente nei confronti dei nuovi sodalizi monacali anglicani. Passato qualche anno, i ritualisti, sentendosi più forti, avevano finito per omettere ogni prudenza, raccomandando la confessione pubblicamente ed usandone apertamente: essi, coll’Eucaristia, la consideravano giustamente come il maggiore strumento di apostolato e di rinnovamento religioso, e tanto più tra la plebe grossolana e materiale di Londra. Ma tutto ciò urtava pregiudizî profondi e radicati nella mentalità inglese, gelosa dei proprî segreti, insofferente di aprirsi con chicchessia su questioni considerate assolutamente intime.
Pareva inoltre ai più, per sentito dire, che la confessione potesse degenerare in inconvenienti assai gravi, anche per la pace famigliare, e potesse essere un mezzo per il clero di maneggiare segreti a proprio profitto: tutto il bagaglio, in una parola, dei soliti sofismi e delle solite volgarissime insinuazioni. La campagna condotta dal clero della Chiesa Bassa e Larga contro il «potere delle chiavi» era assai veemente, non esitandosi dalle stesse cattedre di affermare che «la pratica della confessione è una capitale offesa alla dignità umana, tanto da parere insufficienti la pena dell’esilio e del confino a punirla, meritando essa la pena di morte».
I protestanti, che stavano all’agguato, si valsero di un mezzo molto comune anche in altri paesi, accusando un certo rev. Poole di domande indiscrete e indecenti mosse ai proprî penitenti. L’accusa era e fu dimostrata falsa, ma il vescovo Tait, nullameno, biasimò l’uso che il rev. Poole aveva di raccomandare ai fedeli la confessione, anzi, coll’occasione di sospenderlo, in un pubblico rescritto espose le dottrine della Chiesa inglese in materia. L’incidente non ebbe per il momento alcun seguito, né impedì che l’uso della confessione si diffondesse ancora e tanto che nel 1873 ben 483 «clergymen» firmarono una petizione alla «Convocation» sedente in Canterbury, perché venisse provveduto all’educazione, alla scelta e alla istruzione di confessori debitamente qualificati, e ciò in accordo con le leggi canoniche.
Tale petizione nasceva dalla considerazione dell’uso ormai sempre più diffuso del Sacramento e dalla preoccupazione di eliminare inconvenienti spesso originati dalla mancanza di indirizzo unico, dall’assenza di un testo ed essenzialmente di una reale ed effettiva delega di poteri da parte dell’autorità legittima.
L’inopinata manifestazione meravigliò gli uni e gli altri, mettendo sempre più contro ritualisti e antiritualisti; i protestanti in essa vollero vedere una netta e strapotente affermazione provocatrice, ma molti tra gli stessi ritualisti e firmatari erano tanto incerti su così ardua materia, da essere in dubbio se non si fosse andato troppo oltre.
I vescovi, dai quale del resto c’era nulla da sperare essendo già note le loro idee in proposito, radunati nella loro «Convocation» dichiararono «di ripudiare la pratica della confessione abituale nel modo più perentorio e che la nozione sacramentale della confessione costituiva un errore gravissimo». E intanto nominarono una commissione di studio perché redigesse un rapporto particolareggiato di indole dottrinale su quel tema, mai pensando in quali imbarazzi venivano a porsi; infatti, malgrado l’avversione della commissione per la confessione, essa si trovò di fronte ai formulari del «Prayer Book», nei quali la pratica della confessione era prevista ed accompagnata dal potere di assolvere.
Si decise, quindi, la dilazione della pubblicazione del rapporto. Allora le frazioni protestanti, per guadagnar tempo, mobilitarono la stampa, indicendo assemblee e petizioni, spandendo voci e calunnie, fino a tirare in ballo l’onore della nazione che, secondo loro, era leso da pratiche così basse: ma il partito opposto usava delle stesse armi per difendere la «potestà delle chiavi» e la nozione sacramentale, donde una confusione enorme, tanto che finalmente i vescovi compresero di non poter più continuare nel loro silenzio.
Si trassero essi d’imbarazzo facendo capo al «35° Articolo di Religione», nel quale chiaramente è affermato non essere la confessione sacramento, e ribadita dall’altro lato la tradizione della Chiesa inglese per cui la confessione può venir sostituita dall’appello individuale, da farsi con cuore contrito, ai meriti di nostro Signore, confessandosi così direttamente e segretamente a Dio onnipotente, e che soltanto in via affatto eccezionale può il peccatore ricorrere al ministro, riceverne consigli spirituali e, desiderandolo, l’assoluzione.
Ma l’assoluzione, spiegavano i vescovi, non doveva essere considerata come un complemento necessario dell’atto e, in loro appoggio, citavano il fatto che lo stesso «Prayer Book» non prevedeva alcuna formula assolutoria; comunque aggiungevano che in nessun caso era lecito al confessore inquisire sulle circostanze, sul numero e sulla qualità delle colpe, dovendo esso astringersi ad una semplice audizione passiva di ciò che il penitente gli voleva dire.
La dichiarazione episcopale per tutte le sue contraddizioni spiacque in sommo grado agli ambienti più religiosi della Chiesa d’Inghilterra, tanto che Pusey si mise a capo di una nuova vigorosa protesta, con una dichiarazione, firmata da molti «clergymen» assai in vista, nella quale, in contraddizione coi vescovi, si esponeva la vera dottrina sacramentale, affermandosi essere la confessione una condizione necessaria ed indispensabile per il perdono del peccato dopo il battesimo, e quindi l’assoluzione l’epilogo naturale e logico di essa. La dichiarazione era ricorsa a frasi molto caute, le quali però non riuscivano a mascherare l’opposizione decisa alle dichiarazioni episcopali: tuttavia nessun vescovo osò muoversi contro il veneratissimo Pusey.
(segue)
Tratto da C. Lovera di Castiglione "Il movimento di Oxford", Morcelliana, Brescia 1935. Le puntate precedenti sono in BIBLIOTECA storia ecclesiastica. Photo Rmc Gervey
mercoledì 16 luglio 2008
Il Papa: la musica sacra fa ascoltare la voce gioiosa di Dio.

CITTA' DEL VATICANO, 7 Luglio 2008 - L'organo svolge una funzione evangelizzatrice, aiutando a sperimentare la gioia che proviene da Dio, ha detto questo sabato Benedetto XVI.
Nel salutare a Castel Gandolfo un gruppo di connazionali provenienti da Regensburg, il Papa è riandato con la memoria al 13 settembre di due anni fa quando, durante il suo viaggio apostolico in Germania, fece sosta nella “Vecchia Cappella” di Regensburg per benedire il nuovo organo a lui dedicato, il “Benedikt-Orgel”.
“Resta indimenticabile nella mia memoria – ha detto il Pontefice – come, nell'armonia dell'eccellente organo, del coro guidato dal Signor Kohlhäufl e della bellezza di quella chiesa luminosa, abbiamo sperimentato la gioia che viene da Dio”.
“Non soltanto una 'scintilla degli dei', di cui parla Schiller – ha aggiunto –, ma veramente lo splendore della fiamma dello Spirito Santo, che ci ha fatto sentire nel nostro intimo ciò che sappiamo anche dal Vangelo di Giovanni: che cioè Egli stesso è la gioia. E questa gioia veniva comunicata a noi”.
“Sono lieto che quest'organo continui a suonare ed aiuti così la gente a percepire qualcosa dello splendore della nostra fede — uno splendore acceso dallo stesso Spirito Santo”, ha proseguito.
“Con ciò l'organo svolge una funzione evangelizzatrice, annuncia il Vangelo a modo suo”.
“Noi non possiamo qui offrire né un organo, né un coro, ma abbiamo la bellezza del 'Castello' e la bellezza del Sud che si diffonde tutt'intorno”, ha poi osservato il Papa ironicamente.
“Anche se il sole in questo momento irradia il suo calore in modo forse un po' troppo abbondante, resta tuttavia la luce del Sud come una piccola festa che sarà per tutti voi un bel ricordo da portare a casa”, ha quindi concluso.
Fonte Zenit.org
Brasile: grazie al Vescovo di San Paolo una nuova chiesa per l'IBP.

martedì 15 luglio 2008
Una preghiera per un blogger come noi.
La Redazione di Rinascimento Sacro invita tutti a rivolgere una fraterna preghiera per Gianluca Barile, blogger founder di Petrus, perchè il Signore gli conceda un completo ristabilimento delle sue gravi condizioni di salute e conforti i suoi cari in questi momenti di preoccupazione.
La carità è paziente e sa aspettare.

"Il mio essenziale contributo può essere solo la preghiera e con la mia preghiera sarò molto vicino ai vescovi anglicani che si riuniscono nella Lambeth Conference. Noi non possiamo e non dobbiamo intervenire immediatamente nelle loro discussioni, rispettiamo la loro propria responsabilità e il nostro desiderio è che possano essere evitati scismi o nuove fratture e che si trovi una soluzione nella responsabilità davanti al nostro tempo, ma anche nella fedeltà al Vangelo. Queste due cose devono andare insieme. Il cristianesimo è sempre contemporaneo e vive in questo mondo, in un certo tempo, ma rende presente in questo tempo il messaggio di Gesù Cristo e, quindi, offre un vero contributo per questo tempo solo essendo fedele in modo maturo, in modo creativo ma fedele al messaggio di Cristo. Speriamo, e io personalmente prego, che trovino insieme la strada del Vangelo nel nostro oggi. Questo è il mio augurio per l'arcivescovo di Canterbury: che la comunione anglicana nella comunione del Vangelo di Cristo e nella Parola del Signore trovi le risposte alle sfide attuali."
Firenze: nuove ordinazioni all'ICRSS di Gricigliano.

Giovedì scorso 10 Luglio a Firenze, nella bella chiesa barocca dei SS. Michele e Gaetano, Mons. Raymond Leo Burke ha conferito l'ordinazione sacerdotale a due seminaristi dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote (ICRSS), società di vita apostolica eretta canonicamente nel 1990 e che oggi rappresenta uno degli istituti più fiorenti tra quelli legati alla forma straordinaria della liturgia romana. Attualmente conta 47 sacerdoti ed oltre 60 seminaristi. Solo nel 2007 i nuovi seminaristi sono stati 15. Si tratta di numeri eclatanti, soprattutto se paragonati con quelli di molte diocesi, le quali pur potendo contare su centinaia di migliaia di fedeli, hanno solamente una decina di seminaristi. Superiore generale dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote è Mons. Gilles Wach, originario della Francia, ma formatosi nel seminario di Genova ai tempi del zelantissimo Cardinale Giuseppe Siri, il quale accolse numerosi seminaristi francesi e offrì loro una solida formazione dottrinale. Nel 2001 è sorto anche il ramo femminile dell'istituto, le Adoratrici del Cuore Regale di Gesù. (DL)
Foto di repertorio.







































